LIVING WITHOUT NEWSPAPERS

Trash in metro

Che cosa succederebbe se molte città italiane rimanessero senza un quotidiano di riferimento? Come sarebbe il dibattito pubblico di Trieste, Napoli, Genova se
il Piccolo, il Mattino e il Secolo XIX dovessero crollare sotto i colpi della recessione?

Negli Stati Uniti due professori dell'università di Princeton, New Jersey, hanno tentato di rispondere a queste domande: chi vive in zone dove i giornali non arrivano più, tende a perdere interesse nei confronti del governo della propria comunità.


Cincinnati è una città dell'Ohio di poco più di 330.000 anime. Per più di un secolo l'Enquirer e il Post si sono contesi il bacino di lettori di Cincinnati e del Kentucky del Nord; ma il Post alla fine del dicembre 2007 ha dovuto smantellare le rotative per trasferirsi integralmente sul web, mantenendo solo l'edizione online della testata sorella del Kentucky del nord, il Kentucky Post.


cincy post
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L'analisi dei due professori di Princeton ha fatto riferimento al periodo delle ultime elezioni municipali nelle contee settentrionali del Kentucky. La chiusura del Post ha inciso sulla vita democratica di queste zone: laddove il quotidiano di Cincinnati era regolarmente distribuito, l'affluenza al voto degli elettori è diminuita, si sono presentati alle elezioni meno candidati e chi già era in carica per lo più è stato rieletto. Insomma, niente ricambio della classe politica.

"Questo perchè - spiega un articolo di Time firmato da Belinda Luscombe - quando circolano meno notizie in una città, sembra che i suoi abitanti siano meno interessati a come sono governati".

In ogni caso, "come hanno precisato anche Schulhofer Wohl e Miguel Garrido si tratta di uno studio che - prosegue Luscombe - ha una portata molto ristretta, dal momento che il Post aveva solo 27.000 abbonati a Cincinnati e Kentucky del nord. Si tratta inoltre di una misurazione dei soli risultati elettorali del Kentucky del nord", perchè da quando è stata venduta l'ultima copia del Post in Ohio non ci sono più state elezioni municipali.

L'analisi dei due docenti di Princeton conferma l'importanza dei quotidiani nell'ecosistema dell'informazione; questi infatti "sono la fonte principe - scrive Luscombe - a cui si rivolgono gli altri media". La scomparsa dei giornali lascerebbe dietro di sé gravi ripercussioni per televisione, radio e web. "Se un quotidiano non copre una determinata notizia, è difficile che questa sia trasmessa in radio o in tv, dal momento che questi media dispongono in genere di meno personale", spiega Luscombe. "Al momento possiamo dire che la copertura locale delle notizie - concludono Wohl e Garrido - è qualcosa che solo i giornali possono garantire".
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VIDEO OF THE YEAR

WRONG:  RELEASE DATE:  24.2.09-DIRECTOR:  PATRICK DAUGHTERS- RUNNING TIME:  3.17

Depeche Mode - "Wrong" (official music video)

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UNIQUE VISITORS

285

I siti web dei più importanti quotidiani degli Stati Uniti a febbraio hanno aumentato in media il numero di visitatori unici. Lo ha rivelato un'analisi realizzata dall'istituto di ricerca Nielsen Online, pubblicata in rete da Editor & Publisher.

Nielsen ha fatto riferimento alle 30 edizioni online dei quotidiani più rilevanti d'America; in oltre la metà dei casi, è stato registrato un incremento da doppia cifra del numero di utenti unici che si è collegato rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Il sito del New York Times ha aumentato la propria percentuale di utenti unici "solo" del 6%, pur essendo il più visitato tra i quotidiani online americani (più di 20 milioni di collegamenti). Al secondo posto si sono piazzati UsaToday.com (oltre 13 milioni di utenti unici, incremento del 27%) e WashingtonPost.com (più di 9 milioni di utenti unici, incremento del 12%).
Los Angeles Times ha visto anno dopo anno aumentare i propri visitatori unici del 36%, fino ad arrivare a quota 8,4 milioni. Le percentuali crescono nel caso del New York Daily News (+38%) e soprattutto dell' Orlando Sentinel (+57%).

L'impennata della quantità di collegamenti ai siti dei principali quotidiani Usa, è ricollegabile a diversi fattori.

In certi casi si tratta di precise scelte editoriali e di contenuti. "UsaToday.com - spiega Jennifer Saba di Editor & Publisher - ha comunicato che l'aumento del 25% dei lettori di febbraio è dovuto alla sezione tecnologia e storie popolari. I visitatori di della pagina sull'hi-tech sono aumentati del 100%, arrivando a 1,9 milioni. Non solo: nel comunicato la testata cita il successo dei servizi sul pacchetto di stimoli varati dalla Casa Bianca per risollevare l'economia americana e sulle violenze subite dalla popstar Rihanna".

Tuttavia "occorre tener presente che il traffico dell'utenza nei siti può fluttuare per varie cause, compresi eventi che fanno notizia", avverte Saba.

Nielsen Online


I dati forniti da Nielsen in ogni caso non possono lasciare indifferenti per due ragioni:
  • La recessione economica ha messo in ginocchio le imprese editoriali di mezzo mondo, costringendole a prendere decisioni drastiche: tagliare le risorse per le redazioni, licenziare personale, diminuire le sedi di corrispondenza, abbassare la quantità di notizie coperte, chiudere l'edizione cartacea e, in qualche caso, dichiarare il fallimento. Il pessimismo nel settore è palpabile: commenti quali "Il giornalismo è morto", o "Fare i giornalisti nel 2009 è come voler fare i cocchieri all'epoca del lancio delle prime Ford", sono all'ordine del giorno. Lo studio di Nielsen mostra invece un'utenza sempre più assetata di notizie e bisognosa di giornalismo.
  • La rilevanza dell'analisi Nielsen risulta amplificata se si tiene a mente cosa significa "utente unico" nel linguaggio della rete. Utente unico è chi clicca su un sito internet visitando una o più pagine dello stesso; in questo modo il server che ospita il sito rileva l'indirizzo ip e lo aggiunge al conteggio dei visitatori unici, non contando eventuali visite multiple.
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NO WAY OUT

giornali disastrati


Sul sito del New York Times ieri è apparsa un'infografica sullo stato di salute dei più importanti quotidiani e imprese editoriali degli Stati Uniti. Una perfetta dimostrazione che, anche nel giornalismo, in certi casi un'immagine può valere più di mille parole.
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END TIMES?

dead end

La carta stampata è sull'orlo del precipizio e lo si sapeva. Sono anni che se ne parla.

Qualche opinionista nonostante tutto non è disposto a mettere in discussione l'idea di sfogliare ogni mattina il quotidiano acquistato in edicola o trovato sulla porta di casa.

Secondo questi analisti, i quotidiani non possono contare esclusivamente sulla propria edizione online: i ricavi della pubblicità sul web sono insufficienti a mandare avanti un giornale che non abbia come unica fonte i dispacci delle agenzie di stampa. Gli inserzionisti mirano a conquistare soprattutto il pubblico del quotidiano, che vale più o meno dieci volte il lettore del sito internet.

Se le vendite sono in calo da anni e se tante testate hanno problemi a fare quadrare i conti, dicono, la ragione sta nell'inadeguatezza dei giornalisti a raccontare il presente e a produrre contenuti, anche multimediali, che realmente interessino ai lettori.

Non solo: la gente continuerà comunque a preferire pagine "concrete", che può stringere tra le mani, piegare, sottolineare, ritagliare ed eventualmente riutilizzare il giorno dopo per incartare il pesce.

In questo modo si finisce per ripetere come un mantra la frase "è vero che internet ha cambiato il lavoro dei giornalisti, ma in fondo i giornali di carta non scompariranno mai".

Tutto ciò merita attenzione. Ma questa opinione non mette a fuoco i contorni della crisi che sta piegando le imprese editoriali di mezzo mondo.

La recessione economica ha dimostrato che ad essere in discussione non è il giornalismo in sé, né la domanda mondiale di informazione, quanto il modello di businness che c'è dietro ai quotidiani.

Sul banco degli imputati, per primo finisce proprio il sistema della carta. Della questione in Italia in genere non se ne parla più di tanto; ma alcuni articoli della stampa estera, ripubblicati da "Internazionale" di questa settimana, approfondiscono il punto.

  1. Secondo Walter Isaacson, storica firma di Time, i lettori sono sempre meno disposti a pagare per informarsi. Eppure, "C'è un paradosso in questa crisi: i giornali non hanno mai avuto così tanti lettori. I contenuti dei giornali e dei periodici - spiega Isaacson - sono più popolari che mai. Perfino, anzi soprattutto, tra i giovani". Per rispondere ai bisogni di un opinione pubblica assetata di notizie e per rovesciare il modello economico delle edizioni web dei quotidiani (che campano solo grazie alle inserzioni, salvo casi particolari come il Washington Post), Isaacson propone un sistema di micropagamenti via internet articolo per articolo. Un po' come avviene con Itunes per la musica.                                                                                                                                                                       Newspaper crisis
  2. Michael Hirschorn, opinionista di The Atlantic, prima mette sul piatto i numeri da brivido del bilancio del New York Times (400 milioni di dollari di debito), poi prevede la scomparsa del quotidiano dalle edicole. "Nel mese di ottobre il sito ha avuto 20 milioni di contatti, conquistando il quinto posto tra i siti di informazione per numero di visitatori. L'edizione cartacea vende invece un milione di copie al giorno, in continuo calo". Se New York Times si limitasse a pubblicare gratuitamente sul web i suoi contenuti tuttavia, non sarebbe in grado di produrre la stessa quantità (e qualità) di notizie, potendosi permettere "solo il 20% dei giornalisti che ha oggi". Soluzione: "Per guadagnare sul web, forse si comincerà a mescolare reportage originali e articoli di altre fonti autorevoli" in modo da poter "imporre il suo marchio senza dover necessariamente andare in ogni angolo del pianeta". In futuro, incalza Hirschorn, "il sito del New York Times somiglierà presto a una versione più grande e meno faziosa dell'Huffington Post (...): aggregazione di contenuti, tanti collaboratori e un'offerta sempre maggiore di articoli originali".
  3. Il guru del marketing Seth Godin sul suo blog scrive: "possiamo fare benissimo a meno di pasta di legno, rotative, tipografie, camion delle consegne, edicole". Infatti "le pagine sportive, recensioni di libri, spettacoli e ristoranti, meteo, supplementi domenicali sono meglio online". A chi paventa la scomparsa delle opinioni, Godin replica: "gli editoriali non scompariranno. Al contrario, la rete amplifica le idee brillanti. Resteranno le notizie locali, il giornalismo investigativo e la copertura delle notizie nazionali. Forse il 2% del costo di un giornale".

Accanto a queste considerazioni, negli ultime settimane in rete si sono diffuse una serie di notizie che offrono spunti per riflettere sulle innovazioni del mercato editoriale.
  • Usa Today, quotidiano edito da Gannet Corporation, ha annunciato che è in preparazione una versione per Kindle, il lettore elettronico creato da Amazon.com. Sono già state fissate le tariffe: 75 centesimi per la copia giornaliera, 12 dollari per l'abbonamento mensile.
  • Financial Times e Usa Today, saranno i primi quotidiani a realizzare contenuti per l'e-newspaper prodotto da Plastic Logic, che uscirà sul mercato l'anno prossimo.
  • Il 2 marzo nella rubrica web curata da Anna Masera, La Stampa di Torino ha annunciato il collaudo del formato e-book del quotidiano.
  • Il settimanale Time ha pubblicato una lista dei 10 più importanti giornali d'America sull'orlo della bancarotta. L'analisi è stata realizzata da Wall Street; "in base ad essa 8 tra i 50 più grandi quotidiani Usa rischiano di chiudere i battenti entro i prossimi 18 mesi", conclude amaramente Douglas A. McIntyre. Ad essere nei guai sono anche pezzi di storia del giornalismo americano, come Boston Globe, San Francisco Chronicle e Miami Herald. Queste testate si trovano a un bivio: ricorrere al Chapter 11 (la legge Usa che disciplina l'amministrazione controllata) o sperare nell'edizione solo online.
  • Sul sito del Wall Street Journal, Sarah E. Needleman afferma che i datori di lavoro in futuro potrebbero trovare sempre meno conveniente comprare spazio nei giornali per le inserzioni di lavoro, e rivolgersi sempre più a motori di ricerca come Google o Yahoo. "Lo scorso marzo - racconta Needleman - Baylor Health Care System, importante organizzazione no-profit con sede a Dallas, ha comprato alcune parole chiave (per le offerte di lavoro, come "infermiera", "ragioniere", da inserire accanto ai risultati della ricerca ndr) su Google, Yahoo e altri motori di ricerca (...). Nei primi sei mesi del programma, secondo Eileen Bouthillet, responsabile del settore comunicazione e risorse umane alla Baylor, i motori di ricerca hanno generato 5.250 richieste di lavoro a un costo medio di 4 dollari. Invece, Baylor ha sborsato (...) in media 750 dollari per le 215 persone che hanno risposto alle offerte di lavoro pubblicate in riviste o giornali". "Di conseguenza - conclude Bouthillet - Baylor ha ridotto le spese per le offerte di lavoro sui quotidiani e magazine". Sull'argomento Jeff Jarvis ,professore di giornalismo all'Università di New York e opinionista del Guardian, sul suo blog BuzzMachine.com va giù pari: "Se questo è vero per il mercato delle inserzioni di lavoro, lo sarà anche per altre categorie. Inclusa l'ultima speranza dei giornali: i rivenditori al dettaglio. (...) Google ha il modo di servire i piccoli inserzionisti locali, in passato mai considerati dai quotidiani. I giornali, no. La carta stampata è sempre stata poco efficiente; ora lo stanno scoprendo anche gli inserzionisti, mano a mano che il web lo diventa sempre più. Ecco un'altra ragione per lasciar perdere ora la stampa".
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AL JAZEERA REGALA I SUOI VIDEO DI GAZA

Al Jazeera Creative Commons Repository



Video, decine di video sulla guerra nella Striscia di Gaza. Nel web, a disposizione di chiunque, per qualsiasi utilizzo, anche commerciale. Purché sia chiara la fonte: la televisione satellitare araba Al Jazeera.


L’emittente da pochi giorni ha deciso di mettere sul suo sito internet i video sugli eventi di Gaza: è il Creative Commons Repository, un archivio di servizi liberamente utilizzabili e modificabili dagli utenti e anche della concorrenza. Una mossa mai tentata da nessun grande network. O quasi.


“I servizi prodotti dai corrispondenti [di Al Jazeera] nella Striscia – recita il comunicato dell'emittente di Doha – possono essere scaricati, condivisi, mixati e sottotitolati da bloggers, documentaristi e media di tutto il mondo, anche per uso commerciale”. I video durano dai 10 ai 16 minuti, sono in formato mpeg4 e rappresentano una cronaca giorno per giorno del recente conflitto palestinese: i cronisti si muovono in mezzo a case distrutte, parlano con la gente, osservano i dettagli. Qualche esempio:


• Un’ambulanza arriva a sirene spiegate, i medici sollevano la barella e tirano fuori un uomo con le caviglie coperte di sangue e un osso che esce dal piede.

• Non lontano in quel che resta dell’ospedale un bambino strilla e dimena le gambe. La pelle è ridotta a brandelli e ustionata dall’avambraccio fino al viso.





• Strisce di luce bianca attraversano il cielo sopra i tetti di Gaza. Secondo Humans Right Watch è fosforo bianco.



“In un conflitto dove ai media occidentali – ha scritto Noam Cohen sull' Herald Tribune– è stato impedito di fare servizi a Gaza dalle restrizioni imposte da Israele, Al Jazeera ha goduto di un vantaggio consistente. Era già lì”.


Aggiunge Samir Al Qariouty, opinionista di Al Jazeera in Italia: “Israele ha imposto a tutti i media una barriera, un muro di silenzio. Noi abbiamo risposto con il contributo più importante che una televisione possa dare: immagini per chiunque, senza dover pagare. Nessuno ha mai dato un’immagine gratis. E’una scelta quasi antieconomica”. Uno scopo politico-editoriale dunque, che in questo caso, supera l’immediato interesse economico.


Con innovazioni simili, secondo Cohen, Al Jazeera punta a nuove audience; per esempio negli Stati Uniti dove, anche per ragioni politiche, nella maggior parte del territorio è assente.


Nel mondo pochi altri network di rilevanza mondiale hanno fatto esperimenti simili con licenze in stile Creative Commons.


Negli Stati Uniti Pbs, il network pubblico americano, ha reso disponibili e scaricabili le puntate di Nerd tv, programma settimanale di interviste apprezzato da molti americani.


In Germania Ndr, la tv della Bassa Sassonia con sede ad Amburgo, ha messo sul web alcuni reportage sotto licenze Creative Commons, che però non lasciano la possibilità di riutilizzare o mixare il servizio a scopi commerciali.


Negli ultimi anni l’emittente più all’avanguardia è stata Bbc che nel 2004 aveva inaugurato Creative Archives: era garantito l’accesso gratuito a una parte degli archivi audio e video, ma i termini di utilizzo erano più restrittivi rispetto al repository di Al Jazeera. Il materiale poteva essere scaricato, condiviso, modificato e ripubblicato esclusivamente da residenti in Inghilterra, e non per scopi commerciali (conseguenza dei limiti posti dalla legge all’uso dei materiali finanziati con il canone televisivo). Era un progetto pilota che due anni dopo è stato sospeso e ora si sta valutando se riprenderlo


Chi visita oggi il sito Bbc, può solo condividere il materiale su siti di social networking o inviare l’indirizzo della pagina (“link”) dove si trova il video a un altro utente. Analoga la situazione di altre emittenti.


• Cnn. Consente di condividere (“share”) via mail o social network, oppure di inserire nella propria pagina (“embed”) il video, senza modificarlo.

• Rai. Un video può solo essere votato o inviato a un amico.

• Mediaset. Come la Rai, ma in più lascia spazio al link.

• Current tv, La7, Sky. Sono le televisioni che in Italia sfruttano maggiormente le potenzialità della rete: link, embed e share sono garantiti.


Creative Commons è un’organizzazione no-profit creata per “rendere più semplice condividere e utilizzare il lavoro di altri nel rispetto del copyright” suggerendo diversi profili di possibile condivisione: Al Jazeera ha utilizzato la licenza “3.0 Attribuzione” per i video dalla Striscia.


“ ’Attribuzione’ è la più libera delle licenze – spiega Juan Carlos De Martin, responsabile per l’Italia del progetto Creative Commons – perché l’unico dovere per l’utente è di riconoscere la fonte del materiale. Il passo successivo è il pubblico dominio”.


In Italia il sistema di articolazione del diritto di autore proposto da Creative Commons è meno conosciuto rispetto ad altri paesi europei. “Ci vorrebbe una forte volontà politica per seguire l’esempio di Al Jazeera. Se il nostro servizio pubblico mettesse in rete a disposizione di tutti suoi archivi, le scuole di tutta Italia potrebbero vedere i telegiornali di 30 anni fa. E imparare”.

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E-NEWSPAPER, IL GIORNALE DIVENTA DI PLASTICA


La rivoluzione dei giornali inizia nell’ex-Germania dell’est. A Dresda è in produzione l’e-newspaper pieghevole che sarà commercializzato a inizio 2009: un’edicola elettronica tascabile che potrebbe assestare il colpo di grazia al sistema tradizionale dell’informazione.


“Paper or plastic” è il titolo di un video messo online dalla Cnn.


Si apre con la nube di polvere e terriccio sollevata dal crollo di un abete, tagliato alla base da una motosega.


“Quattro miliardi – commenta la voce fuori campo di Fred Pleitgen, cronista della Cnn - è la stima di quanti alberi sono abbattuti ogni anno per creare carta”. Si può guardare il filmato nella homepage di Plastic Logic, azienda specializzata in transistor a polimeri, fondata da un gruppo di scienziati dell’università di Cambridge, Inghilterra.





Plastic Logic in settembre ha aperto uno stabilimento nella capitale della Sassonia, dove sarà lanciato l’e-newspaper, presentato a San Diego due mesi fa.


Il quale, secondo Kenneth A. Bronfin, presidente di Hearst Interactive Media (compagnia che controlla 16 quotidiani americani, tra cui San Francisco Chronicle e The San Antonio Express), “invaderà il mercato americano la prossima primavera. Hearst Interactive ha un forte interesse a partecipare al lancio degli e-newspaper”.


Si tratta di un foglio di plastica formato A4, flessibile e pesante meno di mezzo chilo. Il dispositivo è dotato di memoria per immagazzinare migliaia di pagine di riviste, giornali, libri scaricate dal computer di casa o via Wi-Fi. Il display visualizza caratteri scritti in e-ink (inchiostro elettronico), ed è touch-screen: si passa da una pagina all’altra toccando lo schermo.





In commercio si trova anche il lettore E-reader della Sony o il Kindle realizzato da Amazon.com; ma a differenza dei concorrenti (pensati più come e-book), l’e-newspaper prodotto in Germania ha uno schermo in plastica e non in vetro, grande più del doppio, che lo fa sembrare in tutto una riproduzione di un quotidiano o di un foglio stampato dalla fotocopiatrice. Zero retroilluminazione (lo si può “sfogliare” ovunque, anche al sole), supporto dei formati più usati in ufficio (word, excel, power point, pdf) durata della batteria anche di due settimane.


“Vedevamo il nostro prodotto – ammette Richard Archuleta, numero uno di Plastic Logic – più per la lettura di documenti; ma quello che vogliono tutti, è la possibilità di scaricare e leggere ovunque, in ogni momento della giornata, la mazzetta dei giornali”.


Secondo gli analisti dei media l’e-newspaper cancellerà i quotidiani di carta. In Italia, si dovrà fare i conti con un livello tecnologico diverso dagli Usa.


Per Robert Cauthorn, ex-direttore di StarNet (una delle prime testate online), “un libro stampato avrà sempre senso, perché potrà essere letto più volte. Ma la carta non offre vantaggi per un giornale: bisogna abbattere alberi, trasportarli, trasformarli in carta che viene avvolta nelle bobine, per essere portata negli impianti di stampa. Nelle rotative i giornali vengono stampati, impachettati, caricati su camion e scaricati nei punti vendita. I consumatori li acquistano, li leggono e dopo qualche ora li buttano. Altri camion li vanno a prendere per inviarli, nel migliore dei casi, in un impianto di riciclaggio.


Questo processo è uno sperpero di energia e non più ecosostenibile”. “Il foglio elettronico – spiega Marco Pratellesi, responsabile di Corriere.it – per imporsi dovrà avere un’interfaccia intuitiva, oltre a essere economicamente vantaggioso per produttori e utenti. Ci vorrà tempo, ma siamo di fronte a un modello auspicabile di business: il giornalismo non è stampare le notizie ma produrle”.


“Se l’e-newspaper avrà successo, potremo risparmiare tanto. Al San Francisco Chronicle – racconta Bronfin – stampa e distribuzione rappresentano il 65 per cento delle spese fisse”.


Gli introiti principali di ogni testata vengono dalla pubblicità: nel caso dell’e-newspaper, “gli inserzionisti – svela Eric A. Taub del New York Times – potrebbero fare a gara per accaparrarsi spazio virtuale. Si tratta in fondo di un dispositivo elettronico; esso potrebbe riconoscere chi sta leggendo il giornale e su quali articoli si sta soffermando. I pubblicitari riuscirebbero a capire meglio il loro pubblico, e ad indirizzare le inserzioni ai clienti più probabili”.


Resta da chiedersi quanto i consumatori siano disposti a pagare per il foglio elettronico ed eventuali abbonamenti alle notizie in tempo reale.


“Abbiamo abituato una generazione di lettori – ricorda Taub – a ricevere le informazioni di cui ha bisogno senza spendere nulla, dalle edizioni online dei giornali”.


“I quotidiani – osserva Pratellesi – si salveranno se gli editori investiranno le risorse liberate da questa innovazione per tenere alta la qualità del giornale. Per la quale spenderanno anche i ragazzi della Nintendo Generation, cresciuti tra videogiochi e computer”.


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LA CRISI COLPISCE LA PUBBLICITA'

La crisi non guarda in faccia nessuno, neanche la pubblicità. Secondo le analisi di quotidiani come Milano Finanza, il Sole 24 Ore e Financial Times, la recessione economica costringerà le imprese di tutto il mondo a spendere complessivamente di meno per farsi pubblicità. Risultato: le aziende editoriali dovranno tirare la cinghia.

In Italia, le stime fornite da Nielsen Media Research monitorano le migliaia di euro spese per inserzioni nei media. 

In base ai dati riferiti al periodo gennaio-ottobre 2008, gli investimenti netti pubblicitari sono calati dello 0,8% rispetto agli stessi mesi del 2007. 

Un mese fa Rcs ha annunciato che, a causa della contrazione dei ricavi pubblicitari, a luglio rivedrà il piano triennale. E’un segno del cambiamento in corso nell’editoria; nel dettaglio i dati Nielsen destano preoccupazioni e speranze. 

Nel 2009 probabilmente sarà la carta stampata a soffrire; le testate disporranno di minori introiti per i tagli dello scorso anno nella pubblicità: cento milioni in meno per i quotidiani a pagamento (-4,9% rispetto al 2007), sessanta per i periodici (-5,6%). 

Numeri su cui riflettere, considerando che le risorse di un giornale derivano dalle vendite (da anni in calo continuo), dai “collaterali” – dvd, cd, guide turistiche ecc. – allegati e dalla pubblicità. Luigi Einaudi, che amava definire “il giornale come vendita di notizie e avvisi”, aveva intuito tutto. 

Pochi scossoni invece per la televisione, dove da sempre girano più soldi: qui l’aumento di proventi dalle inserzioni è inferiore a 30 milioni (variazione di 0,7%). Bene la radio, che può contare del 4,4% di investimenti in più. Meglio ancora il web: internet attira flussi di denaro da doppia cifra: l’aumento è del 18,5%. 

Molti analisti pensano che la rete sia la salvezza del sistema editoriale; questo medium, ancora giovane, muove però risorse non paragonabili con tv e stampa.

La flessione del mercato pubblicitario non è un affare solo italiano: secondo il Sole24Ore, negli Stati Uniti colossi come General Motors hanno dimezzato le risorse vincolate nel settore. Le imprese editoriali, al netto degli investimenti pubblicitari, hanno messo in campo strategie diverse per fare i conti con la recessione. 

Anche perchè “il calo delle inserzioni in Nord America e nell’Europa occidentale – si legge in Milano Finanza – sarà compensato dalla continua crescita dei mercati emergenti, come India, Cina e Brasile”. 

In Francia il Presidente Nicolas Sarkozy, ha avviato un progetto per reinventare il servizio pubblico: da lunedì 5 gennaio, nonostante la crisi, zero spot sui canali France1, France2 e France3 (la tv di stato) a partire dalle 20.35 fino alle sei di mattina; la scomparsa totale della pubblicità è fissata per il 2012. Per evitare un dissesto nelle casse dello stato, questa mossa è stata bilanciata giorni dopo in senato con un emendamento, che fissa un canone per i possessori di un cellulare 3G o un computer in grado di ricevere il segnale; la riforma voluta dall’Eliseo, accolta dai giornalisti con scioperi e manifestazioni, ha in ogni caso portata rivoluzionaria. 


new_york times


Al contrario, in Italia nei giorni scorsi si è visto un segnale in contrasto con il crollo negli investimenti pubblicitari: la decisione di imprese, come Enel, Telecom e Sisal, di stanziare fondi per acquistare una banda laterale e una striscia con i colori dell’azienda tra la testata e i titoli in prima pagina del Corriere della Sera. 

Sempre sul Corriere, Audi qualche settimana fa, ha comprato ben 16 pagine interne per ricoprirle di inserzioni. Segnali positivi ma insufficienti per risollevare la curva degli investimenti.

Resta da capire se le ripercussioni della crisi nel mercato pubblicitario, incideranno sul lavoro dei giornalisti; meno risorse a disposizione potrebbero alterare la fattura del giornale. 

“Gli editori – osserva Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa – oggi possono parlare in maniera credibile di crisi, che oggettivamente c’è”. Poi la stoccata: “Si tratta comunque di un fenomeno recente. Non giustifica le scelte sbagliate del passato, quando le aziende editoriali facevano utili. Gli editori hanno preferito distribuirli ai propri azionisti piuttosto che migliorare la qualità del prodotto giornalistico”.
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