DALLAS PRESIDENTIAL LIBRARY

bush

Cento milioni di dollari in 100 giorni. George W. Bush in poco piu' di tre mesi da ex-presidente ha raccolto una vera e propria montagna di quattrini, destinata a finanziare la costruzione della biblioteca a lui dedicata a Dallas, Texas; nell'edificio potranno essere consultati i documenti ufficiali degli otto anni di era Bush.

Sara' perche' il Texas e' lo stato dove e' cresciuto, sara' perche' il Lone Star State e' per tradizione un feudo repubblicano, fatto sta che Bush, uno dei presidenti piu' contestati di sempre, puo' ritenersi soddisfatto dei versamenti dei suoi sostenitori; ora mancano 200 milioni da raccogliere qua e la' e poi potranno partire i lavori per costruire la biblioteca che portera' il suo nome e che avra' sede alla Southern Methodist University.

Una curiosita': alcuni collaboratori dell'ex-presidente hanno rivelato che nessuna di queste sottoscrizioni proviene da fuori dagli Stati Uniti.
Bookmark and Share
food stamp

Oltre trentadue milioni e mezzo di cittadini americani, un numero superiore alla popolazione del Michigan e del Texas messi insieme, hanno bisogno di buoni pasto del governo federale per tirare avanti.

Si tratta del terzo record mensile consecutivo registrato dal ministero dell'Agricoltura, che controlla la distribuzione totale dei 'food stamps', i buoni per il cibo concessi ai bisognosi dal governo americano.

Secondo il rapporto relativo al mese di febbraio, diffuso a Washington, la recessione economica ha spinto piu' di un americano su 10 a iscriversi nelle liste del Supplemental Nutrition Assistance Program, il programma di assistenza federale per la lotta alla poverta'. La richiesta di buoni pasto, che offrono un contributo medio di 112.82 dollari al mese pro capite, e' salita cosi' del 1,1% rispetto a gennaio
Bookmark and Share
mrap

Il Congresso negli Stati Uniti ha dato il primo via libera al rafforzamento della presenza di veicoli blindati in Afghanistan.

Una commissione della Camera ha approvato uno stanziamento di 4,8 miliardi di dollari destinato ad aumentare la protezione delle truppe dagli attentati sulle strade afghane.

Se il provvedimento verra' confermato dal Congresso nei suoi vari passaggi, Washington spendera' cosi' 2 miliardi in piu' di quanto aveva inizialmente previsto il Pentagono per un nuovo modello di mezzo corazzato MRAP (Mine Resistant Ambush Protected), adatto a ogni tipo di terreno.

Il via libera della Camera, secondo il quotidiano Usa Today, ha accolto la richiesta avanzata dai vertici militari di inviare appena possibile questi veicoli in Afghanistan, dopo che nell' ultimo anno si e' verificato un netto aumento negli attacchi con ordigni rudimentali anticarro contro le truppe americane.
Bookmark and Share

CAPITAL PENALTY

cappio

Il Colorado, uno stato dove l'ultima esecuzione risale al 1997, sta studiando un piano per eliminare la pena di morte e investire le risorse risparmiate per indagare su 1.400 omicidi rimasti senza soluzione.

Lo riferisce UsaToday, sottolineando che l'obiettivo di fondo e' consentire un risparmio di circa un milione di dollari l'anno, in spese legali per avvocati, pubblici ministeri e richieste di appello. Negli ultimi 42 anni, la pena capitale e' stata eseguita solo nel caso di Gary Lee Davis, messo a morte nel 1997 dopo essere stato condannato per un omicidio compiuto nel 1986
Bookmark and Share

AUSTIN TEA PARTY

against taxes


Il 15 aprile negli Stati Uniti è il tax day, la scadenza per gli americani per presentare la dichiarazione dei redditi. Quest'anno la Casa Bianca ha dovuto fare i conti con una serie di Tea Party, movimenti anti-tasse organizzati contemporaneamente in 750 città americane.

Tea Party Map


Si tratta di manifestazioni di protesta che prendono di mira le politiche fiscali e di spesa pubblica varate dall'amministrazione Obama per risollevare l'economia. Il riferimento è al Boston Tea Party del 1773, quando nella capitale del Massachusetts Samuel Adams e altri patrioti radicali gettarono in mare un carico di tè dalle navi inglesi. Questa rivolta contro le nuove tasse del Tea Act imposto dall'Inghilterra è considerata l'inizio della guerra di indipendenza degli Usa.

In alcuni Tea Party le rivendicazioni dei manifestanti hanno provocato un certo clamore e sono finite su tutti i giornali e siti web di informazione, facendo discutere politici e analisti.

Dal palco del Tea Party di Austin il governatore del Texas, Rick Perry, ha prima agitato lo spettro della secessione, infiammando la folla di sostenitori e ricompattando quel che resta del partito Repubblicano; poi ha invitato l'amministrazione Obama, accusata di tassare eccesivamente i cittadini americani, a rileggersi la Costituzione.

tea party1

"We're fed up", siamo stufi, ha ripetuto fino all'ossessione il governatore del Lone Star State, che qualche giorno fa si è rifiutato di incassare 550 milioni di aiuti federali al Texas stanziati da Washington dicendo "non voglio indebitare i miei nipoti".


Perry ha attaccato la gogna fiscale varata da Washington e ha citato Sam Houston, il settimo governatore dello stato e presidente della Repubblica del Texas nel decennio di indipendenza (1836-1846): "Egli una volta disse che il Texas deve ancora conoscere la sottomissione verso qualsiasi forma di oppressione. Sono daccordo con lui: non ci piaceva l'oppressione allora, non ci piace l'oppressione oggi".




Poi, incalzato dalle domande dei giornalisti, il governatore del Texas ha minacciato la secessione dagli Stati Uniti: "Siamo una grande Unione, non c'è ragione di scioglierci. Ma se gli ammnistratori di Washington continuano a infischiarsene dei cittadini americani chi lo sa che cosa può succedere. Il Texas è un posto unico e siamo sufficientemente indipendenti da prenderli a calci". Lo scenario immaginato da
Perry può mettere paura alla Casa Bianca: il Texas con 1,09 miliardi di dollari di prodotto interno lordo è l'asse portante dell'economia Usa.




Un diluvio di commenti e reazioni sono seguite al comizio di
Perry; in alcuni casi si tratta di riflessioni che analizzano a fondo il fenomeno dei Tea Party.

"Per molti di noi è difficile prendere sul serio - scrive Tobin Harshaw sulla rubrica "Opinionator" del New York Times - le parole del governatore del Texas. Tuttavia Perry ha affrontato uno dei temi dominanti della settimana, che ha visto uno dei più rabbiosi tax day degli ultimi anni".

Secondo Glenn Harland Reynolds, professore di diritto all'Università del Tennessee e titolare del blog Istapundit, i Tea Party sono una forma di organizzazione post-partitica resa possibile dal web: "Non c'è un partito politico dietro queste proteste, nessuna cospirazione della destra conservatrice. Si tratta - spiega Reynolds sul Wall Street Journal - di persone qualsiasi che non si conoscono tra di loro ma in grado di radunarsi velocemente grazie chat e social network. Una volta per portare centinaia di persone a manifestare serviva un coordinamento: un partito, un sindacato, una chiesa o qualsiasi altra struttura. Oggi le persone possono coordinarsi facilmente da sole".

Il primo raduno anti-tasse è stato organizzato il 16 febbraio da alcuni blogger di Seattle. Nel giro di 24 ore la protesta montava già oltre lo stato di Washington, tanto che a Denver, Colorado, e a Meriza, Arizona centinaia di persone sono scese in piazza coordinandosi attraverso il web.

"Colpisce il fatto - continua Reynolds - che la maggior parte degli organizzatori non ha mai coordinato o addirittura partecipato a raduni di protesta. Un sentimento di disgusto e insofferenza ha spinto molte persone a salire sul ring della politica e a pianificare le prossime mosse".

Ad esempio: Mike Wilson, organizzatore del Tea Party di Cincinnati, Ohio, ha affermato di voler creare un organismo politico permanente destinato a fare pressioni per ridurre le tasse e la spesa pubblica. In Arizona il coordinatore del Tea Party di Tucson, Robert Mayer, ha annunciato che il suo movimento si concentrerà sulle elezioni del consiglio municipale, previste per il prossimo autunno.

Il Partito Repubblicano, lacerato dalla sconfitta alle elezioni presidenziali, potrebbe trarre vantaggio da questo malcontento. Tuttavia, per il Grand Old Party si tratta di sfruttare al meglio la situazione: "Per i repubblicani, che arrancano nel tentativo di elaborare una vera alternativa alle politiche di Obama, la buona notizia - spiega Reynolds - è che migliaia di cittadini americani organizzano proteste per conto loro. Quella cattiva è che queste persone non sono necessariamente simpatizzanti per il Gop".


Lo prova il quanto avvenuto al Tea Party di Chicago: quando il presidente del comitato nazionale repubblicano,
Michael Steele, ha chiesto di parlare si è sentito rispondere picche dagli organizzatori, che preferiscono dar voce alla frustrazione di cittadini americani non eletti. Ancora, quando Gresham Barrett, membro del congresso eletto in South Carolina, è salito sul palco del Greenville Tea Party, è stato fischiato initerrottamente per tutta la durata del suo discorso.





Insomma, il 15 aprile un'iniezione di nuove idee e talenti ha rivitalizzato la politica degli Stati Uniti; sul tema qualche opinionista ha scatenato la propria immaginazione: "Dopo le presidenziali, i repubblicani sembrano zoppicanti e disorganizzati. Potrebbero - sostiene Reynolds - trovare terreno fertile dai Tea Party; oppure questi ultimi potrebbero rimpiazzare il Gop, esattamente come il Partito Repubblicano prese il posto dei Whig".

Di parere opposto è il blogger conservatore Andrew Sullivan della rivista The Atlantic. Secondo Sullivan, sostenitore di Obama in campagna elettorale, i Tea Party sono "manifestazioni teatrali di scarsa importanza", perchè "si schierano contro l'aumento della spesa pubblica senza suggerire come ridurla". Sullivan mette in discussione l'analisi di Reynolds apparsa nel Wall Street Journal. "Reynolds ha spiegato solo contro che cosa si sono rivolte questi movimenti, ma non quali proposte sono state messe sul tavolo per realizzare i propri obiettivi". Sullivan chiude il suo post sul Daily Dish con un affondo contro i repubblicani: "Fino a quando gli uomini della destra non dicono in modo costruttivo come intendono ridurre la spesa pubblica e l'indebitamento, meritano di essere licenziati come teatranti alla ricerca disperata di coerenza in un epoca che se li è lasciati alle spalle come disorientati".
Bookmark and Share

LIFE

51419416

Il 4 aprile 1968 Martin Luther King è stato assassinato mentre si affacciava da un balcone al secondo piano del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee.

85754977

Questi scatti sono stati realizzati dal fotografo Henry Groskinsky, arrivato al motel poco dopo la morte del dottor King.

85755034

Le fotografie dell'ultimo giorno del Reverendo fino ad oggi non sono mai state pubblicate.

85755079

Le immagini fanno parte del repertorio accumulato negli anni da Life, rivista di fotogiornalismo fondata nel 1936 dall'editore Henry Luce e conosciuta negli anni a venire per le sue copertine.

A12LifeCover


Visitatori e blogger di tutto il mondo possono condividere le immagini su Flickr, Facebook o qualsiasi altro social network; ogni scatto può essere votato, stampato o spedito via mail. Life.com consente anche l'acquisto della licenza per scopi commerciali. Le fotografie sono organizzate in 5 gruppi: notizie, animali, celebrità, viaggi e sport.

Non è tutto. "Nei prossimi mesi - rivela Shira Ovide del Wall Street Journal - Life.com intende offrire più possibilità agli utenti: sarà attivato un servizio, MyLife, che consentirà di creare una timeline fotografica della propria vita. In questo modo, una foto della vostra prima auto comprata nel 1969 potrà essere accostata nello stesso anno alle immagini dell'atterraggio sulla Luna".

La partnership tra Time Inc e Getty Images mira a riaccendere la popolarità di Life. "Si tratta - spiega Ovide - della quarta vita per la rivista: questa infatti è stata stampata dagli anni '30 fino al 1972. Poi la compagnia Time ha riproposto Life come mensile, che ha retto fino al 2000; dal 2004 al 2007 la rivista è stata inserita come supplemento settimanale in giornali americani", quali Washington Post, New York Daily News, Los Angeles Times e Chicago Tribune.
Bookmark and Share

LIVING WITHOUT NEWSPAPERS

Trash in metro

Che cosa succederebbe se molte città italiane rimanessero senza un quotidiano di riferimento? Come sarebbe il dibattito pubblico di Trieste, Napoli, Genova se
il Piccolo, il Mattino e il Secolo XIX dovessero crollare sotto i colpi della recessione?

Negli Stati Uniti due professori dell'università di Princeton, New Jersey, hanno tentato di rispondere a queste domande: chi vive in zone dove i giornali non arrivano più, tende a perdere interesse nei confronti del governo della propria comunità.


Cincinnati è una città dell'Ohio di poco più di 330.000 anime. Per più di un secolo l'Enquirer e il Post si sono contesi il bacino di lettori di Cincinnati e del Kentucky del Nord; ma il Post alla fine del dicembre 2007 ha dovuto smantellare le rotative per trasferirsi integralmente sul web, mantenendo solo l'edizione online della testata sorella del Kentucky del nord, il Kentucky Post.


cincy post
.


L'analisi dei due professori di Princeton ha fatto riferimento al periodo delle ultime elezioni municipali nelle contee settentrionali del Kentucky. La chiusura del Post ha inciso sulla vita democratica di queste zone: laddove il quotidiano di Cincinnati era regolarmente distribuito, l'affluenza al voto degli elettori è diminuita, si sono presentati alle elezioni meno candidati e chi già era in carica per lo più è stato rieletto. Insomma, niente ricambio della classe politica.

"Questo perchè - spiega un articolo di Time firmato da Belinda Luscombe - quando circolano meno notizie in una città, sembra che i suoi abitanti siano meno interessati a come sono governati".

In ogni caso, "come hanno precisato anche Schulhofer Wohl e Miguel Garrido si tratta di uno studio che - prosegue Luscombe - ha una portata molto ristretta, dal momento che il Post aveva solo 27.000 abbonati a Cincinnati e Kentucky del nord. Si tratta inoltre di una misurazione dei soli risultati elettorali del Kentucky del nord", perchè da quando è stata venduta l'ultima copia del Post in Ohio non ci sono più state elezioni municipali.

L'analisi dei due docenti di Princeton conferma l'importanza dei quotidiani nell'ecosistema dell'informazione; questi infatti "sono la fonte principe - scrive Luscombe - a cui si rivolgono gli altri media". La scomparsa dei giornali lascerebbe dietro di sé gravi ripercussioni per televisione, radio e web. "Se un quotidiano non copre una determinata notizia, è difficile che questa sia trasmessa in radio o in tv, dal momento che questi media dispongono in genere di meno personale", spiega Luscombe. "Al momento possiamo dire che la copertura locale delle notizie - concludono Wohl e Garrido - è qualcosa che solo i giornali possono garantire".
Bookmark and Share

VIDEO OF THE YEAR

WRONG:  RELEASE DATE:  24.2.09-DIRECTOR:  PATRICK DAUGHTERS- RUNNING TIME:  3.17

Depeche Mode - "Wrong" (official music video)

Bookmark and Share

UNIQUE VISITORS

285

I siti web dei più importanti quotidiani degli Stati Uniti a febbraio hanno aumentato in media il numero di visitatori unici. Lo ha rivelato un'analisi realizzata dall'istituto di ricerca Nielsen Online, pubblicata in rete da Editor & Publisher.

Nielsen ha fatto riferimento alle 30 edizioni online dei quotidiani più rilevanti d'America; in oltre la metà dei casi, è stato registrato un incremento da doppia cifra del numero di utenti unici che si è collegato rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Il sito del New York Times ha aumentato la propria percentuale di utenti unici "solo" del 6%, pur essendo il più visitato tra i quotidiani online americani (più di 20 milioni di collegamenti). Al secondo posto si sono piazzati UsaToday.com (oltre 13 milioni di utenti unici, incremento del 27%) e WashingtonPost.com (più di 9 milioni di utenti unici, incremento del 12%).
Los Angeles Times ha visto anno dopo anno aumentare i propri visitatori unici del 36%, fino ad arrivare a quota 8,4 milioni. Le percentuali crescono nel caso del New York Daily News (+38%) e soprattutto dell' Orlando Sentinel (+57%).

L'impennata della quantità di collegamenti ai siti dei principali quotidiani Usa, è ricollegabile a diversi fattori.

In certi casi si tratta di precise scelte editoriali e di contenuti. "UsaToday.com - spiega Jennifer Saba di Editor & Publisher - ha comunicato che l'aumento del 25% dei lettori di febbraio è dovuto alla sezione tecnologia e storie popolari. I visitatori di della pagina sull'hi-tech sono aumentati del 100%, arrivando a 1,9 milioni. Non solo: nel comunicato la testata cita il successo dei servizi sul pacchetto di stimoli varati dalla Casa Bianca per risollevare l'economia americana e sulle violenze subite dalla popstar Rihanna".

Tuttavia "occorre tener presente che il traffico dell'utenza nei siti può fluttuare per varie cause, compresi eventi che fanno notizia", avverte Saba.

Nielsen Online


I dati forniti da Nielsen in ogni caso non possono lasciare indifferenti per due ragioni:
  • La recessione economica ha messo in ginocchio le imprese editoriali di mezzo mondo, costringendole a prendere decisioni drastiche: tagliare le risorse per le redazioni, licenziare personale, diminuire le sedi di corrispondenza, abbassare la quantità di notizie coperte, chiudere l'edizione cartacea e, in qualche caso, dichiarare il fallimento. Il pessimismo nel settore è palpabile: commenti quali "Il giornalismo è morto", o "Fare i giornalisti nel 2009 è come voler fare i cocchieri all'epoca del lancio delle prime Ford", sono all'ordine del giorno. Lo studio di Nielsen mostra invece un'utenza sempre più assetata di notizie e bisognosa di giornalismo.
  • La rilevanza dell'analisi Nielsen risulta amplificata se si tiene a mente cosa significa "utente unico" nel linguaggio della rete. Utente unico è chi clicca su un sito internet visitando una o più pagine dello stesso; in questo modo il server che ospita il sito rileva l'indirizzo ip e lo aggiunge al conteggio dei visitatori unici, non contando eventuali visite multiple.
Bookmark and Share

NO WAY OUT

giornali disastrati


Sul sito del New York Times ieri è apparsa un'infografica sullo stato di salute dei più importanti quotidiani e imprese editoriali degli Stati Uniti. Una perfetta dimostrazione che, anche nel giornalismo, in certi casi un'immagine può valere più di mille parole.
Bookmark and Share

END TIMES?

dead end

La carta stampata è sull'orlo del precipizio e lo si sapeva. Sono anni che se ne parla.

Qualche opinionista nonostante tutto non è disposto a mettere in discussione l'idea di sfogliare ogni mattina il quotidiano acquistato in edicola o trovato sulla porta di casa.

Secondo questi analisti, i quotidiani non possono contare esclusivamente sulla propria edizione online: i ricavi della pubblicità sul web sono insufficienti a mandare avanti un giornale che non abbia come unica fonte i dispacci delle agenzie di stampa. Gli inserzionisti mirano a conquistare soprattutto il pubblico del quotidiano, che vale più o meno dieci volte il lettore del sito internet.

Se le vendite sono in calo da anni e se tante testate hanno problemi a fare quadrare i conti, dicono, la ragione sta nell'inadeguatezza dei giornalisti a raccontare il presente e a produrre contenuti, anche multimediali, che realmente interessino ai lettori.

Non solo: la gente continuerà comunque a preferire pagine "concrete", che può stringere tra le mani, piegare, sottolineare, ritagliare ed eventualmente riutilizzare il giorno dopo per incartare il pesce.

In questo modo si finisce per ripetere come un mantra la frase "è vero che internet ha cambiato il lavoro dei giornalisti, ma in fondo i giornali di carta non scompariranno mai".

Tutto ciò merita attenzione. Ma questa opinione non mette a fuoco i contorni della crisi che sta piegando le imprese editoriali di mezzo mondo.

La recessione economica ha dimostrato che ad essere in discussione non è il giornalismo in sé, né la domanda mondiale di informazione, quanto il modello di businness che c'è dietro ai quotidiani.

Sul banco degli imputati, per primo finisce proprio il sistema della carta. Della questione in Italia in genere non se ne parla più di tanto; ma alcuni articoli della stampa estera, ripubblicati da "Internazionale" di questa settimana, approfondiscono il punto.

  1. Secondo Walter Isaacson, storica firma di Time, i lettori sono sempre meno disposti a pagare per informarsi. Eppure, "C'è un paradosso in questa crisi: i giornali non hanno mai avuto così tanti lettori. I contenuti dei giornali e dei periodici - spiega Isaacson - sono più popolari che mai. Perfino, anzi soprattutto, tra i giovani". Per rispondere ai bisogni di un opinione pubblica assetata di notizie e per rovesciare il modello economico delle edizioni web dei quotidiani (che campano solo grazie alle inserzioni, salvo casi particolari come il Washington Post), Isaacson propone un sistema di micropagamenti via internet articolo per articolo. Un po' come avviene con Itunes per la musica.                                                                                                                                                                       Newspaper crisis
  2. Michael Hirschorn, opinionista di The Atlantic, prima mette sul piatto i numeri da brivido del bilancio del New York Times (400 milioni di dollari di debito), poi prevede la scomparsa del quotidiano dalle edicole. "Nel mese di ottobre il sito ha avuto 20 milioni di contatti, conquistando il quinto posto tra i siti di informazione per numero di visitatori. L'edizione cartacea vende invece un milione di copie al giorno, in continuo calo". Se New York Times si limitasse a pubblicare gratuitamente sul web i suoi contenuti tuttavia, non sarebbe in grado di produrre la stessa quantità (e qualità) di notizie, potendosi permettere "solo il 20% dei giornalisti che ha oggi". Soluzione: "Per guadagnare sul web, forse si comincerà a mescolare reportage originali e articoli di altre fonti autorevoli" in modo da poter "imporre il suo marchio senza dover necessariamente andare in ogni angolo del pianeta". In futuro, incalza Hirschorn, "il sito del New York Times somiglierà presto a una versione più grande e meno faziosa dell'Huffington Post (...): aggregazione di contenuti, tanti collaboratori e un'offerta sempre maggiore di articoli originali".
  3. Il guru del marketing Seth Godin sul suo blog scrive: "possiamo fare benissimo a meno di pasta di legno, rotative, tipografie, camion delle consegne, edicole". Infatti "le pagine sportive, recensioni di libri, spettacoli e ristoranti, meteo, supplementi domenicali sono meglio online". A chi paventa la scomparsa delle opinioni, Godin replica: "gli editoriali non scompariranno. Al contrario, la rete amplifica le idee brillanti. Resteranno le notizie locali, il giornalismo investigativo e la copertura delle notizie nazionali. Forse il 2% del costo di un giornale".

Accanto a queste considerazioni, negli ultime settimane in rete si sono diffuse una serie di notizie che offrono spunti per riflettere sulle innovazioni del mercato editoriale.
  • Usa Today, quotidiano edito da Gannet Corporation, ha annunciato che è in preparazione una versione per Kindle, il lettore elettronico creato da Amazon.com. Sono già state fissate le tariffe: 75 centesimi per la copia giornaliera, 12 dollari per l'abbonamento mensile.
  • Financial Times e Usa Today, saranno i primi quotidiani a realizzare contenuti per l'e-newspaper prodotto da Plastic Logic, che uscirà sul mercato l'anno prossimo.
  • Il 2 marzo nella rubrica web curata da Anna Masera, La Stampa di Torino ha annunciato il collaudo del formato e-book del quotidiano.
  • Il settimanale Time ha pubblicato una lista dei 10 più importanti giornali d'America sull'orlo della bancarotta. L'analisi è stata realizzata da Wall Street; "in base ad essa 8 tra i 50 più grandi quotidiani Usa rischiano di chiudere i battenti entro i prossimi 18 mesi", conclude amaramente Douglas A. McIntyre. Ad essere nei guai sono anche pezzi di storia del giornalismo americano, come Boston Globe, San Francisco Chronicle e Miami Herald. Queste testate si trovano a un bivio: ricorrere al Chapter 11 (la legge Usa che disciplina l'amministrazione controllata) o sperare nell'edizione solo online.
  • Sul sito del Wall Street Journal, Sarah E. Needleman afferma che i datori di lavoro in futuro potrebbero trovare sempre meno conveniente comprare spazio nei giornali per le inserzioni di lavoro, e rivolgersi sempre più a motori di ricerca come Google o Yahoo. "Lo scorso marzo - racconta Needleman - Baylor Health Care System, importante organizzazione no-profit con sede a Dallas, ha comprato alcune parole chiave (per le offerte di lavoro, come "infermiera", "ragioniere", da inserire accanto ai risultati della ricerca ndr) su Google, Yahoo e altri motori di ricerca (...). Nei primi sei mesi del programma, secondo Eileen Bouthillet, responsabile del settore comunicazione e risorse umane alla Baylor, i motori di ricerca hanno generato 5.250 richieste di lavoro a un costo medio di 4 dollari. Invece, Baylor ha sborsato (...) in media 750 dollari per le 215 persone che hanno risposto alle offerte di lavoro pubblicate in riviste o giornali". "Di conseguenza - conclude Bouthillet - Baylor ha ridotto le spese per le offerte di lavoro sui quotidiani e magazine". Sull'argomento Jeff Jarvis ,professore di giornalismo all'Università di New York e opinionista del Guardian, sul suo blog BuzzMachine.com va giù pari: "Se questo è vero per il mercato delle inserzioni di lavoro, lo sarà anche per altre categorie. Inclusa l'ultima speranza dei giornali: i rivenditori al dettaglio. (...) Google ha il modo di servire i piccoli inserzionisti locali, in passato mai considerati dai quotidiani. I giornali, no. La carta stampata è sempre stata poco efficiente; ora lo stanno scoprendo anche gli inserzionisti, mano a mano che il web lo diventa sempre più. Ecco un'altra ragione per lasciar perdere ora la stampa".
Bookmark and Share

AL JAZEERA REGALA I SUOI VIDEO DI GAZA

Al Jazeera Creative Commons Repository



Video, decine di video sulla guerra nella Striscia di Gaza. Nel web, a disposizione di chiunque, per qualsiasi utilizzo, anche commerciale. Purché sia chiara la fonte: la televisione satellitare araba Al Jazeera.


L’emittente da pochi giorni ha deciso di mettere sul suo sito internet i video sugli eventi di Gaza: è il Creative Commons Repository, un archivio di servizi liberamente utilizzabili e modificabili dagli utenti e anche della concorrenza. Una mossa mai tentata da nessun grande network. O quasi.


“I servizi prodotti dai corrispondenti [di Al Jazeera] nella Striscia – recita il comunicato dell'emittente di Doha – possono essere scaricati, condivisi, mixati e sottotitolati da bloggers, documentaristi e media di tutto il mondo, anche per uso commerciale”. I video durano dai 10 ai 16 minuti, sono in formato mpeg4 e rappresentano una cronaca giorno per giorno del recente conflitto palestinese: i cronisti si muovono in mezzo a case distrutte, parlano con la gente, osservano i dettagli. Qualche esempio:


• Un’ambulanza arriva a sirene spiegate, i medici sollevano la barella e tirano fuori un uomo con le caviglie coperte di sangue e un osso che esce dal piede.

• Non lontano in quel che resta dell’ospedale un bambino strilla e dimena le gambe. La pelle è ridotta a brandelli e ustionata dall’avambraccio fino al viso.





• Strisce di luce bianca attraversano il cielo sopra i tetti di Gaza. Secondo Humans Right Watch è fosforo bianco.



“In un conflitto dove ai media occidentali – ha scritto Noam Cohen sull' Herald Tribune– è stato impedito di fare servizi a Gaza dalle restrizioni imposte da Israele, Al Jazeera ha goduto di un vantaggio consistente. Era già lì”.


Aggiunge Samir Al Qariouty, opinionista di Al Jazeera in Italia: “Israele ha imposto a tutti i media una barriera, un muro di silenzio. Noi abbiamo risposto con il contributo più importante che una televisione possa dare: immagini per chiunque, senza dover pagare. Nessuno ha mai dato un’immagine gratis. E’una scelta quasi antieconomica”. Uno scopo politico-editoriale dunque, che in questo caso, supera l’immediato interesse economico.


Con innovazioni simili, secondo Cohen, Al Jazeera punta a nuove audience; per esempio negli Stati Uniti dove, anche per ragioni politiche, nella maggior parte del territorio è assente.


Nel mondo pochi altri network di rilevanza mondiale hanno fatto esperimenti simili con licenze in stile Creative Commons.


Negli Stati Uniti Pbs, il network pubblico americano, ha reso disponibili e scaricabili le puntate di Nerd tv, programma settimanale di interviste apprezzato da molti americani.


In Germania Ndr, la tv della Bassa Sassonia con sede ad Amburgo, ha messo sul web alcuni reportage sotto licenze Creative Commons, che però non lasciano la possibilità di riutilizzare o mixare il servizio a scopi commerciali.


Negli ultimi anni l’emittente più all’avanguardia è stata Bbc che nel 2004 aveva inaugurato Creative Archives: era garantito l’accesso gratuito a una parte degli archivi audio e video, ma i termini di utilizzo erano più restrittivi rispetto al repository di Al Jazeera. Il materiale poteva essere scaricato, condiviso, modificato e ripubblicato esclusivamente da residenti in Inghilterra, e non per scopi commerciali (conseguenza dei limiti posti dalla legge all’uso dei materiali finanziati con il canone televisivo). Era un progetto pilota che due anni dopo è stato sospeso e ora si sta valutando se riprenderlo


Chi visita oggi il sito Bbc, può solo condividere il materiale su siti di social networking o inviare l’indirizzo della pagina (“link”) dove si trova il video a un altro utente. Analoga la situazione di altre emittenti.


• Cnn. Consente di condividere (“share”) via mail o social network, oppure di inserire nella propria pagina (“embed”) il video, senza modificarlo.

• Rai. Un video può solo essere votato o inviato a un amico.

• Mediaset. Come la Rai, ma in più lascia spazio al link.

• Current tv, La7, Sky. Sono le televisioni che in Italia sfruttano maggiormente le potenzialità della rete: link, embed e share sono garantiti.


Creative Commons è un’organizzazione no-profit creata per “rendere più semplice condividere e utilizzare il lavoro di altri nel rispetto del copyright” suggerendo diversi profili di possibile condivisione: Al Jazeera ha utilizzato la licenza “3.0 Attribuzione” per i video dalla Striscia.


“ ’Attribuzione’ è la più libera delle licenze – spiega Juan Carlos De Martin, responsabile per l’Italia del progetto Creative Commons – perché l’unico dovere per l’utente è di riconoscere la fonte del materiale. Il passo successivo è il pubblico dominio”.


In Italia il sistema di articolazione del diritto di autore proposto da Creative Commons è meno conosciuto rispetto ad altri paesi europei. “Ci vorrebbe una forte volontà politica per seguire l’esempio di Al Jazeera. Se il nostro servizio pubblico mettesse in rete a disposizione di tutti suoi archivi, le scuole di tutta Italia potrebbero vedere i telegiornali di 30 anni fa. E imparare”.

Bookmark and Share
top